Discussione:
Buio e pesto
(troppo vecchio per rispondere)
symbel
2009-03-28 00:34:56 UTC
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Un venerdì sera come tanti, con gli amici in una pizzeria low cost,
vicino casa, senza troppi patemi d'animo per il tasso alcolico, per
prendere per il culo la crisi economica, a base di pizze giganti e
bottglie di birra da stappare, non alla spina, ma con il sano gesto di
far saltare il tappo alla bottiglia di birra sarda, quella dove
l'etichetta è impreziosita dai quattro mori, ancora bendati, ancora
rivolti a sinistra. Quattro mori, appunto.
Dopo aver fatto tintinnare le monete al pagamento del conto,
rigorosamente diviso in parti uguali, e sempre senza dover scomodare la
cartamoneta, ci si stava dirigendo alla seconda tappa, il bar solito del
caffè e dell'amaro. Caffè nero e caldo, per scaldare il corpo e la mente,
per degustare il frutto tostato della terra figlio di antica storia di
schiavitù e prevaricazione. Amaro, liquore ostile ai piccoli ricettacoli
della lingua, amaro come i tempi che stiamo vivendo, liscio come lo
scorrere dei giorni in questa crisi che attanaglia silenziosa, senza
troppi clamori, come una lebbra che lembo dopo lembo squama la pelle e
poi la carne fino a giungere all'osso, senza fretta.
Il percorso tra la pizzeria e il bar consueto è breve, si snoda in una
strada della terza città della Sardegna abbastanza trafficata e
illuminata, un percorso che tutto è tranne che periferia corrotta e
fatiscente, non nell'abbandono o nella sporcizia, seppur deturpato dalla
presenza qua e la del pattume costretto in sacchi di plastica scura.
Scura appunto.
All'inizio urla scomposte, pochi secondi per realizzare, un minuto per
mettere a fuoco persone e avvenimenti. Da una parte tre ragazzi
nordafricani, alti, slanciati, in tenuta atletica e in particolare uno,
in tuta da ginnastica, simile ad un nerboruto giocatore di pallacanestro
americano, di quelli che si muovono sciancati, trascinando il passo, e di
lì a poco sono in grado di spiccare salti e agganciarsi alle nuvole o di
maneggiare il pallone brunito come fosse una pallina di gomma appena
pescata dal distributore automatico all'uscita dalla sala giochi.
L'alterco è tra il ragazzo presumibilmente senegalese, e l'uomo del
luogo. Improperi, insulti, fasi concitate di calma interrotta a
singhiozzo da sussulti e grida. Il piccolo imprenditore, legato alla
fortuna dei suoi avventori e alla cottura di quelle focacce condite e
infornate con un camice bianco e un cappello anch'esso candido, a
dividere i contendenti con qualche apparente risultato. Il camice bianco
che svolazza per poi ritornare a posto. Camice bianco, bianco, appunto.
D'un tratto il putiferio, spintoni, il contendere una borsa, di proprietà
del nordafricano e tenuta in ostaggio dal quartese, in cambio, anche se
non esplicitamente, delle scuse per un'offesa ricevuta e allora ancora a
me sconosciuta. Poi l'antefatto, spiegato dalla donna, a storia finita,
con il danno già consumato, con il dolore già innervato: pare che il
senegalese avesse fatto spaventare la figliuola dell'uomo, con uno
sberleffo improvviso, vedendosi fissato, e l'uomo, vista la paura della
bimba, ferito, in quel momento solo nel suo orgoglio, ha reagito,
fomentato da una moglie scandalizzata e offesa.
Selva di spintoni e ancora strattonamenti convulsi, il pizzaiolo forse
impaurito dall'evolversi della situazione o dal pericolo di affiancare
alle macchie di salsa quello del sangue nel frattempo si era dileguato
desistendo dal suo intento di portar pace tra i due litiganti e proprio
quando la calma sembrava ormai definitiva, il gesto finale. L'arma che ha
scatenato l'inferno, lo sconcerto, la fuoriuscita di linfa vitale. Il
senegalese sferra un calcio in pieno volto al quartese, non si è capito
quanto intenzionato a far veramente male, ma con conseguenze immediate.
L'uomo del luogo stramazza al suolo in un baleno, come fulminato da un
dardo invisibile, faccia contro il pavimento, un piastrellato finissimo,
duro come il tempo che passa sull'inutilità della mitezza nello stesso
tempo morbido come il frusciare della notte tra le fronde del tempo
libero. Libero, appunto.
I senegalesi si dileguano nella notte, ancora per un attimo seguendo con
lo sguardo si può vedere il bianco intorno alle pupille dei loro occhi
spalancati guizzare nel buio, come lucciole veloci, come i fanali delle
auto che guizzano nel traffico lasciando scie sfocate di luce.
Da allora ricordi confusi, un ragazzo finalmente si avvicina al corpo
dell'uomo riverso sul selciato, lo gira dalla posizione prona a quella
supina, il volto pieno di sangue e l'altro volto, quello vermiglio,
stampato sul marciapiede in bella mostra come una sindone fresca di
sepolcro. Il naso sudava sangue, erano fiotti però, non lacrime. La
colonna sonora una donna che saltava e sbraitava, brandendo un
telefonino, una bambina che urlava: "papà, papà" senza avere risposta dal
fagotto insanguinato in quel momento fuori dal mondo.
Mi sono avvicinato, gli ho preso la testa tra le mani, l'ho sollevata e
ho fatto in modo di far colare il sangue dalle nari, per evitare che lo
ingoiasse. L'uomo rantolava, sembrava un mantice antico, di quelli usati
per rivitalizzare la fiamma del focolare, ma in quel momento l'unica
fiamma che strepitava era quella dell'odio e dell'incomprensione.
Un rantolo confuso, nessuna risposta alle sollecitazioni dall'esterno, ad
un certo punto lo chiamo e gli chiedo di fare un cenno, di sollevare la
mano qualora mi avesse sentito, a prova del suo stato di coscienza. Un
timido gesto in risposta, a sollevare la mano come per dare un segno di
vita e poi il risveglio.
Nel periodo più nero, quello dell'incoscienza della vittima, osservavo il
sangue gocciolare dal suo naso e cadere sui suoi vestiti, sull'ombelico
che sporgeva dal maglioncino e dalla camicia ormai disordinata dalla
rissa. Un ventre peloso dove il sangue, prima di imbrattare la pelle,
trovava un ultimo ostacolo sulla peluria, depositandosi in goccioline
rosso vivo, come coralli nei fondali incontaminati. Un piccolo laghetto
nero che andava a coagularsi nell'ombelico sede di quello che un tempo
era il cordone ombelicale, canale della vita, nutrimento del corpo,
legame che accomuna tutti nella loro esistenza tranne i progenitori,
quell'Adamo e Eva creati a immagine e somiglianza di Dio e quindi privi
di qualsivoglia simbolo del parto.
Sirene, polizia, ambulanze, carabinieri, l'uomo ora si reggeva sulle sue
gambe, il carabiniere lo interrogava brandendo un manganello esteso in
tutta la sua lunghezza, eretto a virilità delle forze dell'ordine,
superfluo simbolo fallico dove la rabbia è già feconda, dove lo scontro
di civiltà è già inseminato nel solco scuro e umido della miserabile vita
di due uomini. Uomini appunto.
E noi a riscuotere il nostro fine serata, a lasciarci alle spalle la
notte squarciata ad intervalli regolari dalle luci bluastre delle
volanti. L'amaro meritato dopo l'amaro del vivere, dopo la testimonianza
non tanto di una guerra tra poveri ma di una battaglia di prepotenze
diverse, dove il confine tra il colpevole e l'innocente, tra la vittima e
il carnefice, tra il razzista e il discriminato, l'invaso e l'invasore è
sottile come il canale che separa l'estremo sud della nostra terra
bruciata dal sole e l'estremo nord di un continente e di un popolo che
ogni giorno si aggrappa alle briciole cadute dalla mensa della
disperazione.
Domani leggerete sulla stampa locale la notizia.
Jack Torrone
2009-03-28 06:11:32 UTC
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[...]
Non sarà facile aggiungere dettagli nella ricostruzione pomposa di
Symbel, ma ci proverò.

Avevamo appena pagato in pochi spiccioli il conto, ma già avevo notato
due nordafricani che, annoiati, cincischiavano nei pressi dissimulato
uno strano interesse per la teglia di pizze al taglio con funghi,
notoriamente quelle meno riuscite di quella pizzeria. Uno indossava una
felpa bianca pesante e l'altro, un cristone d'ebano slanciato e
massiccio, dallo sguardo duro come la pietra forgiato dall’odio e dalle
prevaricazioni subite dalla sua razza nei secoli. non riesco a
sostenere il suo sguardo, abbasso mollemente il capo e mi metto a
contare per la terza volta le monetine, passandomele lentamente di mano
in mano prima di posarle nel vassoio di fronte ad una spazientita
cameriera. Ormai dimentico di quell’episodio mi allacciavo il giubbotto
nero a riparo del mio pingue ventre, pregustando un caffè forte e le
svariate sfaccettature dell’amaro ungherese, e dirigendoci con passo
lesto nel solito bar per il fine serata.
Quello che successe dopo accadde molto velocemente. Un diverbio,
sguardi torvi, parole forti vomitate l'un l'altro. Una donna che
abbraccia la bimba ha dipinto nel volto lo stesso orrore misto a
rassegnazione, la stessa espressione della donna che nella corazzata
Potemkin vede la carrozzina cadere lungo la scalinata in un rallenty
straziante.
La gente si accalca, richiamata dalle grida come falene dal baluginare
di una lanterna e, mentre volano le prime spinte, mi rendo conto di
essere dentro una rissa, quelle risse dove i denti si scheggiano, le
ossa si piegano cedevolmente sotto i colpi, gli ematomi rivestono il
corpo come un vestito e il sangue bagna il selciato mescolandosi con la
rugiada.
Nonostante mi senta le gambe insensibili come le protesi di Pistorius
riesco ad indietreggiare quel tanto che basta da non farmi investire
dai corpi carichi di testosterone. Un ragazzo macilento si butta nella
mischia, forse a separare i contendenti, ed invece con mia sorpresa
rifila un vigliacco colpo sotto la spalla. Sissoko non fa una piega e
lo manda a pelle di leone con una spinta, tanto che mi devo scansare
ulteriormente per non calpestarlo.
Il marito viene trattenuto e sbraita, ma il peggio sembra ormai passato
sebbene ci sia elettricità nell’aria.
L'orgoglio maschile è però un propellente pericoloso e basta un
nonnulla per farlo scoppiare: il singhiozzare di tua figlia, le urla
spaventate di tua moglie, lo sguardo dei tuoi amici e dei curiosi che
aspettano da te una reazione maschia.
Sebbene siano in pochi a sapere chi abbia cominciato, a parte i diretti
interessati, la folla vuole vedere ancora una volta il cristiano
correre lungo l’arena inseguito dal leone. Ed è proprio in quel momento
che scopro con amarezza di essere razzista, proietto su quel sardo
tutto l’orgoglio del popolo sardo. In quel momento per me è un simbolo
(anche facile da vettorializzare) del nostro orgoglio isolano contro
gli invasori.
Ed è proprio mentre fantastico su questo braveheart campidanese che lo
vedo crollare a peso morto sulla fredda pavimentazione, e sebbene non
riesco a vedere il calcio mi accontento di del rumore dell'impatto che
sovrasta il chiacchiericcio e gli strilli della querula moglie.

I due neri si allontanano dopo la bravata, senza accennare nemmeno la
corsa. La moglie urla disperata "hanno ucciso mio marito, oddio sta
morendo" ma la gente si accalca sgomenta ed incapace di fare qualsiasi
cosa. Mentre fisso quella scena paralizzato vedo symbel avvicinarsi a
prestare i primi soccorsi, ed è proprio mentre il malcapitato reclina
il capo che vedo un geyser cremisi imbrattargli il volto ed inzuppargli
i vestiti. E' sempre accasciato ma vedo i primi movimenti delle braccia
che schiaffeggiano l'aria fredda, quasi a cercare un appiglio, una
difesa, una presenza delle istituzioni sempre più sorde, ottuse e
rintanate nel loro palazzo di vetro. Vedo ancora il ragazzo macilento,
quello buttato via da Balotelli come fosse stato un oggetto vecchio la
notte di san silvestro, parlare al cellulare "la, bogamindi unu
corteddu, una bottiglia spaccata… calincuna cosa...".
Se è pur vero che la sete di vendetta ottenebra anche le menti più
brillanti, figuriamoci quella che è quanto di più lontano dall'esserlo.
Il pizzaiolo esce per portare dei tovaglioli di carta, utili certo per
detergere il sangue dal volto ma non la mortificazione di trovarsi li,
adocchiato dai curiosi e dai suoi cari, mentre il suo respiro si fa
affannoso e gorgogliante per la quantità di sangue in gola. La moglie
chiama i carabinieri e il 118, ed è proprio l'ambulanza pochi minuti
dopo sfreccerà nel manto stradale urlando consonanti ed azzardando una
pericolosa inversione ad u.

A precedere la vettura però è un carabiniere con lo sfollagente bene in
vista, un vessillo salvifico di ordine e legalità troppo spesso
mortificato e criminalizzato da una certa stampa e da una sinistra snob
con il culo ben ancorato allo scranno, incapace di vedere oltre alle
proprie tartine di burro danese e caviale innaffiate con bordeaux
d'annata, indifferente nonostante il grido della gente calpestata
(letteralmente!) da venditori di chincaglierie senza permesso di
soggiorno si faccia straziante; una sinistra dal pensiero debole e
vittima della sua stessa insostenibile prosopopea politicamente
corretta, vicina al popolo solo con stucchevoli slogan, notinmyname e
girotondi, e che vede nella borghesia un nemico, una metastasi che
[continua…]

Dicevo.
Vedo questo servitore dello stato che potrebbe passare la serata a casa
a vedere un dvd con la compagna, anziché prendere freddo ogni notte per
uno stipendio da fame con la consapevolezza che potrebbe anche essere
l'ultima notte di servizio, e vedo un uomo ferito ma mai domo, spezzato
si ma non piegato, che si rialza sporco di sangue e con passi incerti
si dirige non si sa bene se verso i suoi cari, verso l'ambulanza o,
come mi piace credere, verso un mondo migliore.
--
"ad un posto di blocco si impara l'umiltà"
Umberto Palazzo
Dioscuro Polluce
2009-03-28 12:18:00 UTC
Permalink
Il 28/03/2009, Jack Torrone ha detto :

(cut)
Post by Jack Torrone
A precedere la vettura però è un carabiniere con lo sfollagente bene in
vista, un vessillo salvifico di ordine e legalità troppo spesso mortificato e
criminalizzato da una certa stampa e da una sinistra snob con il culo ben
ancorato allo scranno, incapace di vedere oltre alle proprie tartine di burro
danese e caviale innaffiate con bordeaux d'annata, indifferente nonostante il
grido della gente calpestata (letteralmente!) da venditori di chincaglierie
senza permesso di soggiorno si faccia straziante; una sinistra dal pensiero
debole e vittima della sua stessa insostenibile prosopopea politicamente
corretta, vicina al popolo solo con stucchevoli slogan, notinmyname e
girotondi, e che vede nella borghesia un nemico, una metastasi che
[continua…]
ta gana e gagai...
--
Cordiali Saluti
Lory
2009-03-28 07:02:18 UTC
Permalink
"symbel" <***@LAMAILDIGOOGLE.com> ha scritto nel messaggio news:49cd70a9$0$694$***@news.tiscali.it...

grazie symbel per il tuo resoconto, scritto con grande maestria. Farebbe
invidia ai migliori giornalisti in circolazione.
Govo's eye
2009-03-28 08:38:13 UTC
Permalink
L'arma che ha scatenato l'inferno, lo sconcerto, la fuoriuscita di
linfa vitale. Il senegalese sferra un calcio in pieno volto al
quartese,
ma un calcio rotante alla chuch norris? A meno che l'indigeno non fosse alto
1,40 e l'aborigeno 2,10, in quel caso sarebbe bastata una lieve evoluzione
dell'arto inferiore per avere conseguenze così devastanti.
--
Govo's eye - siscothebest [snail] hotmail dot com
IOL
2009-03-28 10:06:27 UTC
Permalink
symbel ha scritto:
[...]

E' stata una dura notte.
Dura quanto una suola di gomma che si frange contro un setto nasale
molle, troppo molle.
Gomma portata a simbolo di riscatto sociale.
Gomma conciata da bambini con le mosche negli occhi per vestire noi
evoluti gentlemen occidentali, che torna indietro come un boomerang a
fracassare i nostri deboli nasi. Metafora della nostra civilta fragile
e senza valori ove il relativismo la fa da padrona.
Gomma, ancora gomma, che noi vorremmo attorno ai lunghi peni d'ebano
per fermare l'emorragia di nascite e malattie.
Un venerdì spensierato, questo chiedevo alla serata. Ed invece la crisi
si è abbattuta con forza ad increspare la mia campana di vetro.
E troppe ombre hanno disturbato il mio sonno.
In primis quel simbolo, trasformato in nome del Vettore in una gabbia
quadrata in cui rinchiudere i nostri vicini di casa. Poco rispetto per
il Mare Nostrum, culla d'entrambe le civiltà. A noi importa soltanto se
quei quattro omini guardino a destra o a sinistra. Sì, siamo bravi noi
italiani a buttarla sempre in politica.
In realtà quelle teste di moro volgono lo sguardo in ambo le direzioni
alla ricerca di una via di fuga, di un lavoro, di una famiglia riunita,
di quel che noi chiameremmo vita. E seppur il nostro Presidente non
possa ridar loro la metaforica libertà da quelle grette sbarre,
perlomeno restistuisce un po' di quella dignità tolta loro dai grafici
porgendo ancora una volta l'antica cornice dorata strappata in malo
modo da sappiamo bene chi.
Altri flash disturbano il sonno del giusto.
Una madre e moglie che aizza il suo uomo al grido di "quel negro ha
guardato mia figlia", anzichè riportare la calma e la ragione a
governare cuore e cervello.
Un padre di famiglia goffo ma gagliardo, di quelli che tanto ci fanno
ridere nei fumetti regionali e negli sketch di Medda & C., che pur di
apparire forte e coraggioso di fronte a moglie, figlia, amici e
auditorio, si lancia in una scriteriata caccia al boogeyman.
Un bambino di non più di 8 anni che urla come un disco rotto "negri
figli di puttana, tornate a casa vostra".
Un personaggio smilzo e sghembo che reclama un coltello e minaccia un
incolpevole ragazzo di colore, semplice spettatore della rissa ma
incautamente meno bianco del resto della città, il tutto sotto gli
occhi beoti di un carabiniere più simile a Poldo che a l'Eastwood di
Gran Torino.
Ed infine un ragazzone di colore, che anzichè chinare la testa come si
richiede da sempre alla sua razza, ha ingaggiato un duello che sapeva
di scaramuccia. A parte un calcio d'alleggerimento che per sventura ha
impattato sul volto chinato dell'avversario. Gesto istintivo, nulla
più, ma che poteva dare il via alla tragedia. Per fortuna solo
sfiorata.
Al mio risveglio la notte era passata, così come mommotti.
Ma una convinzione è radicata nell'animo ora che la luce risplende: le
mattonelle porose hanno assorbito avidamente il sangue tanto quanto la
città si è abbeverata di razzismo al grido "arrivano i mori".
Ancora una volta i quartesi, stremati dalla crisi, si sono ritrovati
allo strenuo delle forze dietro le barricate di una Via Mori oggi
irriconoscibile.
Per una notte, una sola, i quartesi hanno avuto l'incubo di tornare ad
essere pappaganisi.
--
IOL
italia.cagliari.discussioni
Giosuè Darducci
2009-03-28 11:20:21 UTC
Permalink
Post by IOL
Al mio risveglio la notte era passata, così come mommotti.
ROTFL!
Poppi
2009-03-28 17:24:33 UTC
Permalink
Post by symbel
Domani leggerete sulla stampa locale la notizia.
Quale delle tre versioni del concorso di scrittura per editorialisti?
Personalmente apprezzo quella di torrone per un chiaro riferimento al mio
lavoro, anche se impreciso!
Lodevole anche la cagnara politica di Iol ma il pulp di Symbel è certamente
imbattibile.

Faziofabio si avvicina anche per voi!

P.
Dioscuro Polluce
2009-03-28 17:57:13 UTC
Permalink
Post by Poppi
Quale delle tre versioni del concorso di scrittura per editorialisti?
Personalmente apprezzo quella di torrone per un chiaro riferimento al mio
lavoro, anche se impreciso!
Lodevole anche la cagnara politica di Iol ma il pulp di Symbel è certamente
imbattibile.
Faziofabio si avvicina anche per voi!
P.
Ma soprattutto, vogliamo parlare di quello che è successo al dettori?
Altro che negretti sbertidori, sembrava una partita di cyberpunk, è
spuntata una katana e gente a petto nudo
--
Cordiali Saluti
Poppi
2009-03-28 18:04:59 UTC
Permalink
Post by Dioscuro Polluce
Ma soprattutto, vogliamo parlare di quello che è successo al dettori?
Altro che negretti sbertidori, sembrava una partita di cyberpunk, è
spuntata una katana e gente a petto nudo
Eya ho letto, fantastico! :D
Quando ero al Siotto la rissa era quasi quotidiana perchè all'ingresso
venivano i budranci dei vicini quartieri dell'alta borghesia a chiedere
cortesemente la mano alle donzelle studiose di greco; quasi sempre se ne
andavano malmessi perchè il Siotto era un liceo classico ad alta percentuale
di sbertidorisi.

P.

Continua a leggere su narkive:
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